La Repubblica

Auchan, Lidl, Carrefour e le altre più grandi catene di ipermercati accusate di vendere prodotti raccolti sfruttando lavoro nero e migranti in condizioni di schiavitù. L’inchiesta televisiva che ha sconvolto i telespettatori francesi è ambientata proprio nelle campagne di Foggia e di Nardò.

“Questa non è la Dolce vita, questa è Foggia”. È una delle frasi più significative contenute in una straordinaria inchiesta condotta dai giornalisti del programma “Cash investigation”, la versione francese del nostro “Report”, trasmesso sul canale “France 2”.

 Un’inchiesta che ha fatto conoscere a milioni di telespettatori francesi le condizioni di schiavitù in cui sono ridotti gli immigrati africani nelle campagne pugliesi. Un durissimo colpo all’immagine moderna, turistica, all’avanguardia della Puglia che in questi ultimi anni associazioni, enti, istituzioni regionali hanno faticosamente costruito.

  Un attacco ancor più duro a Auchan, Lidl, Carrefour, Intermarche, vale a dire alle più grandi catene di supermercati e ipermercati d’Europa. L’accusa è pesantissima: ipocrisia e indifferenza nei confronti della nuova forma di schiavitù moderna, visto che ogni giorno sugli scaffali dei supermercati del Vecchio continente sono esposti in bella mostra i prodotti della terra raccolti con il sudore e il sangue dei nuovi schiavi. E pensare che i consigli di amministrazione di queste enormi multinazionali ogni anno aggiornano i propri codici etici lunghi decine di pagine, arricchendoli di belle parole come “senso di responsabilità” e “rispetto dei diritti umani”, codici in cui si specifica che i fornitori ai quali si rivolgono non violano assolutamente le leggi sul lavoro. Qui sotto un estratto dal codice etico di Auchan:

 La Società è sempre stata attenta al rispetto dei più alti standard etici adottati da tempo dal Gruppo internazionale di appartenenza e recentemente ha formalizzato un “Codice di etica commerciale” per i fornitori, al fine, tra l’altro, di promuovere il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori e procedure atte a ridurre gli elementi di conflittualità sulla filiera, privilegiando il principio di approccio condiviso nella propria catena di fornitura.

 “Questa non è la dolce vita, questa è Foggia”. Una frase piena di costernazione e incredulità pronunciata in mezzo a una bidonville in piena campagna pugliese, in cui vivono in condizioni disperate migliaia di ragazzi africani che raccolgono pomodori. La puntata dal titolo “Les Récoltes de la honte” ha come tema lo schiavismo moderno nel settore alimentare.

Dalla raccolta di pomodori, appunto, a quella delle banane fino alla pesca. Sono tre i gironi infernali visitati da “Cash investigation” nel corso dell’inchiesta per dimostrare che la maggior parte dei prodotti acquistati e mangiati dai francesi sono raccolti e distribuiti da aziende che sfruttano la manodopera: i pesci della Guinea, le banane de Ghana e pomodori, angurie e broccoli della Puglia.

 Già, la Puglia. L’inchiesta giornalistica parte proprio dalle campagne foggiane e leccesi. E fa scoprire ai telespettatori francesi l’orrore del caporalato, una parola non presente nei dizionari transalpini. Si comincia dagli scaffali di un negozio Auchan di Parigi. Tra decine di prodotti, si vendono anche broccoli biologici. Chi li produce? Li produce la ditta di Pierpaolo Passalacqua.

E chi è Passalacqua? È un noto imprenditore foggiano. La “Aziende Agricole Passalacqua” ha un insediamento produttivo di 450 ettari nell’agro di Apricena, all’interno del Parco Nazionale del Gargano e esporta i suoi prodotti in mezza Europa, dalla Grecia alla Germania, dal Belgio all’Olanda, dalla Gran Bretagna alla Francia. Sul sito internet del gruppo (http://www.passalacquagroup.it/agricoltura/home.html) sotto il titolo “Crediamo nei valori” c’è scritto: “Sono i valori etici che da oltre 30 anni ispirano l’attività delle nostre aziende agricole, valori che garantiscono elevati standard qualitativi”.

 L’inchiesta smentisce platealmente davanti a milioni di telespettatori francesi il proprietario Pierpaolo Passalacqua. I lavoratori che si spaccano la schiena nelle sue campagne non prendono 10 euro l’ora come assicura il datore di lavoro, ma 2 euro e 70 centesimi l’ora, per raccogliere broccoli biologici tutta la giornata. Gli stessi broccoli che finiscono sugli scaffali dei supermercati Auchan in Francia.

Eppure nel codice etico di Auchan c’è scritto: “Ogni impiegato deve almeno ricevere il suo salario minimo garantito, legale nel suo paese o nella sua provincia. Gli impiegati devono beneficiare dei vantaggi sociali previsti dalla legge locale”. E poi: “Le ore di lavoro devono essere conformi alle norme legali e industriali locali, le ore supplementari non devono eccedere i limiti. Il lavoro forzato non sarà tollerato”.

 I giornalisti leggono i codici etici di Carrefour, Leclerc, Lecasìno, Intermarche. Stessi principi ineccepibili. Tutto molto bello, se fosse vero. La realtà è molto diversa.

Il viaggio nell’inferno pugliese prosegue prima nel “Grande Ghetto” dove sono raccolti oltre tremila immigrati, “in condizioni di vita vergognose”, poi giù a Lecce. È Valeria Mignone, magistrato della procura leccese a spiegare la situazione: “L’unico contatto che questa gente ha con il mondo è il caporale. Tutto ciò che acquistano viene venduto a prezzi altissimi. Un piccolo panino viene venduto a 2,5 euro, anche a 5 euro. E tutto questo loro devono prenderlo solo dal caporale. Devono pagare anche per l’alloggio, anche se questo è inesistente o fatiscente. Case abbandonate alla periferia del paese”.

 L’anno scorso Valeria Mignone ha condotto un’indagine sul caporalato in atto nelle campagne di Nardò. Intermediari, caporali, imprenditori. In totale 22 arresti. I ragazzi, in prevalenza nordafricani, dormivano nelle tende o all’addiaccio. Terribili le intercettazioni emerse nel corso dell’indagine. Uomini da “sfiancare” in giornate interminabili per la raccolta di angurie. “Le donne una parte nel magazzino e l’altra di notte…Ok?” dicono fra loro i proprietari delle aziende neretine sotto inchiesta.

 La stessa azienda che ha rifornito marchi prestigiosi come Carrefour, Intermarche, Auchan, Lidl. In quelle campagne ha lavorato Yvan Sagnet, il leader della rivolta nel 2011, oggi delegato sindacale della Cgil. È attesa nei prossimi giorni la sua udienza nell’aula bunker di Lecce nel processo a carico di 7 imprenditori di Nardò e 9 presunti complici africani, accusati di associazione a delinquere, riduzione in schiavitù, estorsione, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro. (per maggiori informazioni sul processo: http://bari.repubblica.it/cronaca/2013/10/10/news/schiavi-68320721/). Per Yvan Sagnet che ha collaborato attivamente con i giornalisti francesi nella realizzazione dell’inchiesta “l’agricoltura italiana oggi si regge quasi completamente sullo sfruttamento della schiavitù e del lavoro nero, contrariamente a quanto dicono i datori di lavoro”. Giuseppe Deleonardis, segretario della Flai Cgil di Bari lancia l’accusa ai sistemi di controllo: “Dal 2006 neanche un’azienda del settore ha avuto il blocco dei finanziamenti pubblici. Eppure in Puglia la stragrande maggioranza delle aziende agricole utilizza migranti sfruttati nei campi e lavoro nero”.

 Parafrasando il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, si potrebbe concludere con una massima abusata, ma decisamente attinente: “Siamo ciò che mangiamo”. Mangiamo frutti e ortaggi raccolti con il sangue dei migranti e venduti come prodotti selezionati nel pieno rispetto delle regole. Non proprio un belvedere. Per la Puglia, invece, una figuraccia internazionale.

 

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